Abacada di Mercurio Antonio
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Note autore:
Dedicato ad Andrea Parodi

Abacada

 

"C'è un momento,tra la notte e il giorno,
che non è nè notte nè giorno.
Quello, è un momento di Abacada"

Dal sito di Andrea Parodi

 

“Sa carena mea in sa grotta 'e su 'entu, s'anima mea sighende arcanos desvelos"
… e chi lo sa se tu , corvo nel cielo, lo trovi un lieve segno di Dio

Desvelos - Tazenda

 

“Nicola!” la voce della donna ruppe il silenzio della notte.

La luna illuminava a malapena i resti del villaggio nuragico di Su Nuraxi e la figura di  Elena, questo era il nome della donna, si stagliava nel buio come un’antica sacerdotessa del popolo antico.

“Nicola! La mamma è qui!” continuò a chiamare, alzando la voce mano a mano che si allontanava dalla casa in cui non sarebbe mai più tornata.

Continuava a chiamare, ma Nicola non le avrebbe risposto.

Elena si fermò e guardò la collina in cui avrebbe di nuovo potuto riabbracciare il suo bambino.

Trattenne un singhiozzo e guardò indietro, verso la periferia di Barumini.

Poteva quasi scorgere la casa dove suo marito riposava, dove domani si sarebbe trovato a gestire un nuovo dolore.

Ad Elena non importava, suo marito aveva il suo lavoro nella bottega di paese ed i campi da coltivare, lei no.

Era stata licenziata dal suo lavoro di madre nella maniera peggiore: Nicola, dieci anni di vita e di gioia, era morto cadendo nel pozzo del villaggio nuragico.

 

Elena rivisse lo strazio di quella giornata, l’ultimo sorriso e l’ultimo abbraccio a quella creatura che era diventata il suo orgoglio.

“Ciao Ma!” le aveva detto “vado a Su Nuraxi e torno, faccio un giro con la mountain bike”

Lo aveva seguito dal cortile di casa, mentre stendeva i panni appena lavati. Lo aveva visto girarsi e farle ciao con la mano e poi…

Aveva proseguito con le faccende domestiche, aveva preparato la cena per il marito e si era seduta a rammendare la maglietta preferita di Nicola. Mentre cuciva il suo cuore aveva saltato un battito, l’angoscia che solo una madre può provare aveva preso possesso del suo animo. Si era alzata, aveva preso il telefono cellulare in uno sprazzo di lucidità ed era corsa seguendo la strada che Nicola aveva percorso. Arrivata al centro dell’antico villaggio sentì la voce flebile che la chiamava.

“Mamma, aiutami” il lamento proveniva dall’antico pozzo.Elena raggiunse l’orlo della costruzione senza rendersene conto.

Ricordava solo lo strazio nell’intravedere a 20 metri, sul fondo asciutto, la figura scomposta di Nicola.

Elena ricordò di aver chiamato il marito, di avergli detto che il loro figlio era moribondo in fondo ad un pozzo.

La donna rivisse, ancora, quei momenti: la corsa disperata all’ospedale dopo che dei volontari del 118 avevano recuperato il corpicino ancora vivo. L’attesa per un intervento disperato ed il volto del chirurgo sconfitto e le sue parole “Mi dispiace, ma non ho potuto fare nulla”.

Ancora una volta rivide il marito che cercava di consolarla e lei che lo allontanava, rivide il funerale, le parole del parroco che parlava di una nuova vita. Si sentì nuovamente strappata con dolcezza dalla bara bianca che veniva infilata nel loculo e coperta da una lastra con la foto di Nicola, la sua data di nascita, quella di morte ed una frase.

“I tuoi occhi belli morendo videro la luce e sorrisero, i nostri il buio e piansero”

 

Anche adesso ricordava quella frase.

 

In quei giorni che aveva trascorso senza la confortante presenza del figlio, senza poter scorgere la voglia di vivere nei suoi occhi nocciola, Elena aveva pian piano maturato la decisione di raggiungere la sua creatura. La casa, costruita con grandi sacrifici dal marito, le era sembrata estranea, anche nelle ore che passava seduta in camera di Nicola ad osservare i suoi giochi ed i poster della sua squadra del cuore. Tutto urlava il nome di suo figlio ma suo figlio non c’era.

Aveva lasciato che il suo animo si riempisse di dolore, cacciando anche l’amore per il suo uomo che non riusciva a farle capire che l’amava, quell’uomo che più di una volta aveva sorpreso a piangere in silenzio sulla foto del loro figliolo.

“Come ti permetti!” gli aveva gridato una volta, “solo io ho il diritto di soffrire! Tu non c’eri mai! Io l’ho sentito crescere in me, non puoi capire quanto sto soffrendo!”

Quell’uomo che l’aveva sposata e che ancora l’amava non aveva risposto, aveva fatto due passi avanti aprendo le braccia, ma lei lo aveva spinto via.

Nei giorni precedenti si era isolata, si era costruita un muro ed aveva maturato la decisione di porre fine alla sua esistenza allo stesso modo e nello stesso luogo dove Nicola aveva cessato di essere.

Aveva riordinato la casa, dato l’ultimo bacio, un bacio fraterno, al marito stanco, aveva indossato il vestito usato il giorno della prima comunione del figlio e, sopra, la gonna da lavoro.

Aveva dato un’ultima occhiata a quella casa in cui non sarebbe più tornata, aveva chiuso la porta e si era diretta verso la reggia nuragica.

 

Elena riprese il cammino, quasi di corsa come una giovane che corre incontro al suo amante rientrato dopo un lungo viaggio. Raggiunse il centro del villaggio e si tolse la gonna da lavoro che piegò accuratamente ed appoggiò ai piedi del pozzo. Aveva deciso di attendere quel periodo tra giorno e notte in cui non è né giorno né notte, l’Abacada, per raggiungere il suo tesoro ed oramai il momento era quasi giunto.

Si arrampicò sul bordo del pozzo e si mise in piedi. La sua figura si stagliò contro la luna piena ed era pronta a precipitare sul fondo, a mescolare il suo sangue con quello di suo figlio. Aspettava solo il momento esatto.

 

“Sa carena mea in sa grotta 'e su 'entu, s'anima mea sighende arcanos desvelos"

Elena trasalì, conosceva quelle parole e quella voce. Interruppe il passo che l’avrebbe portata verso il destino che lei aveva deciso per se stessa e si girò: un uomo con una lunga chioma ed una folta barba stava intonando il canto e la guardava.

“Ciao Elena” le disse.

“Come fai a sapere il mio nome? Chi sei?”

“Vivo nella grotta del vento con l'anima mia che segue antichi segreti, conosco il tuo nome perché è parte di quel vento. Perché vuoi far soffrire chi ti ama?"

 

“Mio marito? Lui è un uomo e gli uomini non soffrono come noi donne, loro hanno qualcosa in cui rifugiarsi e seppellire il dolore, noi donne e madri sopravvissute ai figli viviamo in un mondo in cui ogni singolo gesto ed ogni oggetto a tutte le ore del giorno ci ricordano ciò che abbiamo perso”.

“Elena” disse l’uomo “non pensare che solo le madri soffrano, anche un uomo soffre ma spesso non siete lì a vederlo”.

La presenza fece un gesto e la luna si trasformò in una sorta di palla di vetro in cui Elena vide, per la prima volta, la sofferenza dell’uomo che aveva deciso di essere suo compagno sino a che la morte non lo separasse.

Un altro gesto e le immagini mostrarono il futuro, quello che sarebbe stato se lei avesse fatto quel passo.

Vide il dolore del marito che trovava il suo messaggio, la corsa disperata verso il pozzo e le lacrime strazianti alla vista di quel corpo, che gli aveva donato un figlio, ed ora era senza vita sul pozzo.

Vide l’uomo perdersi nell’alcool e nella solitudine e spegnersi poco a poco.

 

“Ti sbagli, spirito” disse Elena “il mio uomo non finirà così, si troverà una nuova compagna e si dimenticherà di me!”

 

La presenza sospirò e disse:

“Comunque non era quello il dolore che provocheresti, non il solo.”

“Che ne sai tu?” urlò la donna “che ne sai del dolore di una madre a cui è stato portato via un figlio ingiustamente?. Non mi importa di chi sopravviverà in questo mondo e del dolore che provocherà. Devo andare da mio figlio.”

 

La figura scosse la testa

“Elena, la Morte non conosce giustizia, non sceglie. Lei cammina in mezzo a noi e sfiora coloro che cambieranno livello di esistenza. Non ha colpe come non ne hai tu se cammini in mezzo ad una folla. Non mi è permesso dirti cosa c’è oltre il portale che separa la vita e la morte ma chi termina volontariamente la sua vita percorrerà, per l’eternità, una strada diversa.”

 

“Non puoi capire!”

 

“Sì io posso capire, ho vissuto gli ultimi giorni di vita sul tuo mondo ed ho lottato per strappare un respiro in più e tu, invece, ti arrendi così? Ti ripeto. Il tuo gesto farà soffrire chi ti ama e, visto che non hai capito, te lo mostrerò!”

 

La figura barbuta fece un altro gesto materializzando un fanciullo.

“Mamma! Non lo fare. Non negarmi la tua compagnia quando sarà il momento”

 

“Figlio mio!” Elena scese dal muro del pozzo ed andò ad abbracciare il suo Nicola. L’angoscia la prese quando le sue braccia strinsero solo l’aria.

“Perché?”

“A noi che siamo stati non è concesso avere contati con il mondo dei vivi” disse il bambino “ma sappi che io ti aspetto. Ti seguirò nel vento e nel volo di un corvo nel cielo. Addio mamma, devo andare. Abbi cura di te e di papà.”

 “Abbi cura di te” rispose Elena in lacrime “io ti ricorderò sempre.”

“Anche io” disse un’altra voce.

Elena si girò e vide il marito che era arrivato al villaggio dopo aver letto quel messaggio che lei aveva lasciato. La donna aveva capito che non era sola a soffrire e che doveva condividere il dolore.

Andò verso le braccia aperte e vi si abbandonò.

“Ciao spirito!” disse Elena rivolta alla figura che le aveva impedito il suicidio “Abbi cura di mio figlio sino a che non mi ricongiungerò a lui”.

La presenza fece cenno di si con la testa, Nicola gli diede la mano ed entrambi si fusero con il vento lasciando Elena ed il marito a proseguire, assieme, il loro cammino su questo mondo.

 

Federazione

 •  Data stellare TNG:  •  Data stellare TOS:  •